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Diario siciliano

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Un posto ci sarà
per questa solitudine
perché mi sento così inutile
davanti alla realtà
Pino Daniele, Sicily

Capitolo 1 – Canicola
La sedia è sempre al solito posto, lì, nell’angolo dove la ringhiera disegna una comoda elle che sembra fatta per appoggiarci il gomito.
Sulla sedia, a petto nudo, c’è un uomo grasso, abbronzato e senza denti.
Guarda e scruta sempre la stessa curva da cui transita il traffico.
Guarda sempre in quella direzione.
Il balconcino, raggiungibile da quattro gradini a livello strada, non è mai vuoto.
Se non c’è lui, c’è una donna, altrettanto grassa, che indossa un vestito violetto e se non c’è lei, ci sono due bambini, che giocano, urlano e litigano.
Anche la donna guarda e scruta la stessa curva da cui transita il traffico, anche lei è seduta nella medesima posizione nel punto in cui la ringhiera disegna una comoda elle che sembra fatta per appoggiarci il gomito.
Il signore grasso parla in siciliano stretto e non ha modi gentili né con i suoi bambini, né con sua moglie.

Capitolo 2 – Il camper
Di fronte alla loro casa, nel parcheggio, c’è un camper.
Avrà trenta anni, forse di più, è targato Milano, forse è rubato.
È la dependance del signore grasso.
Ci tiene dentro un po’ di tutto.
Lo accarezza con cura, lo tiene aperto e la sera ne chiude la cabina di guida.
Ogni tanto attraversa la strada, apre la porta del camper e ci tira fuori qualcosa.
Un armadio da montare, un piedistallo di ceramica, un tappeto.
Ogni tanto, il camper non c’è e la porta di casa è chiusa.

Capitolo 3 – Il cane
Il cane è randagio. Non ha un padrone e forse ha le pulci.
Durante il giorno attraversa la strada alla ricerca dell’ombra.
Dorme spesso.
La sera verso le dieci sta sdraiato sotto una scala di acciaio oppure di fronte ad una vetrina di un negozio chiuso.
Non abbaia. Sembra stanco e triste.

Capitolo 4 – L’idraulico
Problemi di intasamento: wc, doccia e lavandini ristagnano in maniera preoccupante.
Sono al telefono con il factotum di questa casa.
“Chiamo io l’idraulico. Poi ti richiamo.”
Aggancio. Passano tre minuti, massimo quattro: dlin-dlon. È il campanello.
È Calogero, l’idraulico. Parla rapidamente: sa già cosa è successo. Sa già come risolvere il problema.
Entra e mi chiama per nome, come se fossimo amici da sempre.
Perentoriamente ma gentilmente mi detta due semplici ordini, sembra Mr.Wolf di Pulp Fiction:
“Un mocio e un sacchetto di plastica. E ti faccio vedere.”
Prende uno straccio dalla sua borsa, il sacchetto e il mocio con tanto di bastone.
Ne ricava una sorta di sturacessi mentre io tappo doccia e lavabo.
Due minuti e siamo già ai convenevoli, il bacio sulle guance è una diretta conseguenza.
“Adesso sai come si fa.”

Capitolo 5 – Chi deve?
La spiaggia di Giallonardo va riempiendosi. A differenza di altre sembra più piccola, più raccolta.

Un baretto di legno, qualche barchetta attraccata, un divieto di balneazione per fondale pericoloso nei pressi degli scogli.
Un uomo passeggia avanti e indietro piuttosto tranquillamente urlando ai quattro venti: “Chi deve???”
Lo urla con intonazioni diverse, guardandosi attorno, ossessivamente:“Chi deve? Chi deve? Chi deve?”
Ogni tanto saluta cordiale -buongiorno- e continua con il suo mantra.
La spiaggia si riempie.
Lui continua imperterrito.
Forse è matto. Forse no.

Capitolo 6 – Dehors
Sotto casa c’è una trattoria. Piccola, a conduzione familiare.
Pochi tavoli. Due camerieri. Una televisione accesa, qualche foto, un timone appeso alla parete insieme ad un ventilatore anni Ottanta.

Prezzo fisso, tanto pesce e un buon via vai di clienti.
Per ovviare agli spazi angusti, i titolari hanno approntato un dehors. Tre piante, una grata da balcone messa in orizzontale, una statua di Padre Pio all’ingresso del locale.
Il dehors è letteralmente in mezzo alla strada ma gli avventori sembrano non essere interessati al traffico, alle auto e allo smog.
Ci sono tre tavoli e quello delle tavolate si riempie intorno alle 22, generalmente di gente giovane.
Non si mangia male e per adeguarsi, si può anche chiedere di farsi cucinare una fetta di pesce spada alla griglia, portarsela a casa e mangiarla sul balcone, mentre le navi escono dal porto e i motorini accelerano a tutto gas.

Capitolo 7 – Commercio
Mattino.
Sono le sette-sette e mezzo al massimo.
Una apecar spegne il suo motore. Scende un uomo che urla a sguarciagola: “Miluna, miluna, miluna!” (Meloni gialli)
Dopo qualche istante qualche canestro di vimini scende lentamente da un balcone.
La voce di una donna chiede il prezzo.
L’uomo risponde e pesa i meloni su una bilancia a stadera.

Ore dieci.
In centro paese, mentre stancamente le strade si riempiono, altre Apecar stazionano nei pressi della zona pedonale.
Si vende il pesce. Pesce spada, tonno, qualche cicala di mare, robetta di paranza.
Non ci sono prezzi. I venditori insistono.
Un ragazzo mi invita a comperare del pesce spada che un secondo prima, lui affettava sul marciapiede.

Pomeriggio tardo.
All’inizio della zona pedonale un paio di auto hanno i bagagliai aperti.
Uomini anziani vendono frutta e verdura, soprattutto fichi d’India.
Parlano in dialetto strettissimo.
Qualcuno si ferma per comprare, qualcuno saluta.

Capitolo 8 – La pesca e il porto
Parte I
I ragazzi lavorano nell’androne buio della casa.
Tendono la rete e l’aggiustano. Un giorno dopo l’altro.
Un giorno chiedo se i pesci sono così forti da spezzare ogni sera le reti.
Mi rispondono che no, non le stanno usando perché non è periodo di merluzzi.
Le stanno riarmando visto che non stanno lavorando.

Parte II
L’odore del mare, forte. L’asfalto che porta su morchia e nafta.
Nel porto c’è movimento. Qualche barca si sta preparando ad uscire.
Un cane abbaia.
Qualche compagnia si ritrova sul molo a chiacchierare e prendere quel po’ d’aria fresca che arriva dal mare.
Ridono e parlano in dialetto.

Capitolo 9 – La filosofia
Quello che ti fotte è la filosofia.

Quello che colpisce è l’ozio.
Quello che non capisci è che ci si accontenta e basta, si tira avanti.
Tutto quello che c’è di buono è stare seduti al bar, su una panchina, a chiacchierare mentre il mondo va avanti.
Sono le tre del pomeriggio e sembrano le tre di notte del 25 dicembre.
In giro non c’è nessuno, i negozi riaprono alle cinque perché prima fa troppo caldo.
Si vive in maniera differente.
La soluzione è farsi trascinare dalla filosofia. Altrimenti non se ne esce vivi.

Capitolo 10 – Mare e sole
Il mare non è pulito. Le spiagge non sono pulite. Le strade tantomeno.
I rifiuti sono ovunque. In città, lungo la statale.
Gli incendi divampano nelle sterpaglie gialle.
Molte case sembrano disabitate, non hanno infissi, non hanno ringhiere ai balconi, tantomeno l’intonaco sui muri esterni e parecchi palazzi sono color grigio-cemento.
Le cisterne blu ricevono acqua tre volte a settimana, ma se senti gli abitanti del luogo “L’acqua c’è. Non c’è carenza.”
Come se fosse normale ricevere l’acqua dai propri rubinetti una volta ogni due gg e mai nel fine settimana.
Eppure la vita scivola tranquilla tra Bmw nuove di pacca, paesani che vivono all’estero e tornano a raccontare quanto gli manca la Sicilia, il cibo, il sole e il mare, però vivono in Belgio o in Germania e lì, il mozzicone di sigaretta non lo buttano per terra.
Un amico siciliano una volta mi disse: “È vero abbiamo tante mancanze, ma poi ci pensi bene e… guarda qua (e indicava il panorama sul mare).”

Conclusione
Non tornerò più. Lo so.

È una sensazione strana, forte, quasi violenta.
E mentre salgo sull’aereo e vedo Trapani dall’alto, capisco che questo non è più uno dei miei posti del cuore.
Forse non lo è mai stato ma non c’è malinconia come altre volte, c’è solo dispiacere.
Dispiacere nel vedere una terra così bella, distrutta, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto che passa.
Non credo che se ne stiano rendendo conto ma non vorrei tornare un giorno e trovare solo le macerie.

ilbradipoerrante

Di Torino, amante di calcio e sport, laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Se rinascessi vorrei la voleè di McEnroe e il cappotto di Bogart. Ché non si sa mai.

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