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Non gioco più, me ne vado

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La faccia di cemento tu parli e non ti sento
io cambio e chi non cambia resta là.
Non gioco più lascia stare, non gioco più ti assicuro.
Mina, Non gioco più

Prima o poi arriva quel momento in cui, ti guardi dentro e pensi che le cose sono cambiate a tal punto che no, tornare indietro non si può.
Quel sentimento popolare che mi aveva conquistato e convinto, non esiste più, non mi appartiene più.
Io da oggi non sono più un elettore di questo Pd e, a malincuore, non mi sento capace di sostenere la minoranza che per mesi mi aveva convinto con il mantra cambiare le cose dall’interno, si può.
No, in questo Pd, non si può.
Mi defilo, tolgo il disturbo, convinto che presi come sono dalla loro bellissima Leopolda, non si accorgeranno nemmeno di me, (e di molti altri come me) poveruomo che non sono altro.
Non fa per me, questo Pd in cui conta solo vincere, un Pd che non si limita a calpestare i diritti perché li cancella, li dimentica, li uccide.
Uccide i sogni di chi avrebbe diritto alla cittadinanza, uccide i sogni delle coppie di fatto, di quelle omosessuali, di quelle che non riescono ad avere figli.
Non dimentica i suoi elettori: dimentica persone.
Il Pd, quello della Leopolda, mette la testa sotto la sabbia e tira diritto per la sua strada.

Me ne vado dopo non aver rinnovato la tessera, me ne vado mentre assisto alla deriva destrorsa del partito.
Me ne vado perché non credo alle convention in stile Obama (e poi Renzi sarebbe Obama? Ma per piacere), perché non credo che la Leopolda sia la stazione di partenza ma un binario che non ci porterà da nessuna parte.
Me ne vado perché non credo ai proclami con gli hashtag davanti, perché non credo che questo sia il modo di gestire un partito, perché mi dà fastidio chi sbeffeggia i propri compagni, la piazza, i sindacati e i lavoratori.
Me ne vado perché è vero che bisogna parlare con gli imprenditori, ma bisogna stare vicino a chi ha bisogno e tra tutti, sicuramente, chi ha bisogno non è Confindustria.
Me ne vado perché Serra, non è l’interlocutore adatto, non può essere lui a spiegarci il mercato del lavoro: la frase su Cina e Russia come esempio, mi sembra una discreta stupidaggine.
Me ne vado perché il 40.8% è anche un po’ mio e voglio vedere che effetto vi farà quando non lo avrete più.
Me ne vado perché Renzi va dalla D’Urso e gli manca solo la barzelletta sconcia per fare il paio con quell’ex premier basso e milanese.
Me ne vado perché ci sono i selfie, le smorfie, i paragoni, gli slogan e me ne vado soprattutto perché il Mio partito non è più mio.

A chi dice che questo è un partito nuovo e il vecchio è morto e sepolto, dico placidamente addio.
E lasciate che sia io a dirvi una cosa: non sono io a dovermi guardare allo specchio ma sono altri a dover render conto di questa svolta.
Agli odierni padroni del Pd dico che non siete i figli di Berlinguer e Gramsci.
Non siete lontanamente parenti di Willy Brandt e Kennedy, non avete la formazione di Felipe Gonzalez o Olof Palme.
Voi ex democristiani, liberali, repubblicani, vi siete appropriati del partito.
In maniera legittima o meno, non mi importa, ma adesso non potete pensare che quel 40.8% (figlio di un’astensione monstre, dell’assenza di competitor a destra e soprattutto dei voti di ex forzisti delusi da Berlusconi) vi legittimi a fare il bello e il cattivo tempo e peggio, snobbare la minoranza.
La minoranza, ecco: ricordatevi quegli anni in cui governava Berlusconi e Schifani era ministro e ripeteva ogni qual volta si parlava di noi, “La minoranza” – detto con disprezzo, come se fosse un torto esserlo.

La minoranza era in piazza sabato scorso e Renzi non ha usato termini diversi da quelli che usava Berlusconi quando parlava delle piazze: ““Lo sciopero? Ho altro a cui pensare. […] Né uno né dieci scioperi generali possono cambiare la Finanziaria. […] I giornali parlano di tre milioni? Significa che allora venti milioni se ne sono stati a casa!”.
L’ex sindaco dice: “”Quando ci sono manifestazioni come queste non c’è da dire nulla ma ascoltare una piazza bella, importante. Ci confronteremo, ma poi andremo avanti, non è pensabile che una piazza blocchi paese. I posti di lavoro non si creano con i cortei”.
Vero. Però si difendono con i cortei e con gli scioperi, se serve.

Ma è questo che volete rimarcare. Le differenze.
Ma non era questo un partito progressista?
Non lo è da quando segue queste aberranti operazioni politiche: il patto del Nazareno, il governo Letta e poi non contenti, il governo Renzi.
La avesse fatta Berlusconi una operazione così, avremmo gridato al golpe.

In fondo è un po’ colpa mia.
Me ne sarei dovuto andare prima visto che dentro c’erano la Binetti, Fioroni, Giaretta, Bobba, Orfini, Fassina, Madia, Boschi e Picierno, Giorgio Gori, Farinetti e Baricco, solo per citarne alcuni di quelli che mi mettono a disagio.
Cosa c’entro io con queste persone? Che idee posso condividere?
Forse me ne sarei dovuto andare via per altri motivi, anche peggiori: Alfano, Lupi e le meravigliose alleanze a cui nessuno fa più caso, come se fosse normale dirsi democratici e poi stare con gente così.
Me ne sarei dovuto andare via prima perché non si parla di temi fondamentali che mi stanno a cuore: diritti civili, laicità dello stato, scuola, sperimentazione medica…O meglio, se ne parla ma poi ci si dimentica che dietro queste cose da poco, ci sono persone che questi diritti li bramano e il Pd poteva essere l’occasione per realizzarli.

Ora chiedo a tutti gli esponenti che ho seguito con affetto: cosa aspettate ad andare via da questa che non è casa vostra? Ilda Curti, Daniele Viotti, Pippo Civati, cosa aspettate a salutare questa accozzaglia informe di personaggi di plastica, lontani anni luce dall’idea che avete (che ho) di Pd?
Jannacci diceva che il futuro è un buco nero in fondo al tram, e capisco perfettamente che ci sono tante incertezze, che buttarsi in una nuova avventura potrebbe essere un rischio, che essere minoranza all’interno del Pd equivale ad esistere, mentre essere minoranza fuori vorrebbe dire contarsi e non contare.
Che bisogna avere i numeri dentro al parlamento, nei comuni, nelle circoscrizioni, per fare politica.

Ma vi chiedo, vale ancora la pena spendersi per questo Pd?
Lo so che mi direte “ne vale la pena” e che forse anche un po’ per orgoglio e per tigna, sarebbe bello restare a dispetto dei santi.
Ma il martirio non ha senso. Arrivati a questo punto, non ha senso.
Ve lo hanno chiesto mille volte e mille volte ve lo chiederanno: vi prego, uscite da quella porta.
Ci conteremo e saremo pochi. Ma almeno faremo politica, con le persone, per le persone.

Con il senno di poi, ripenso a quella domenica alla Pallacorda, qui a Torino. Era l’aprile del 2013.
Sono stato uno dei primi a parlare. Tre minutini in cui osai dire una parola a cui non volevo credere nemmeno io: scissione.
Però adesso ci penso e dico: sì. Si deve. Si doveva fare prima, ma siamo ancora in tempo.
Raccogliamo la nostra roba e andiamocene.
Meglio tardi che mai.

ilbradipoerrante

Di Torino, amante di calcio e sport, laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Se rinascessi vorrei la voleè di McEnroe e il cappotto di Bogart. Ché non si sa mai.

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