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Sa die de sa Sardigna*

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“Poi gli uomini si radunano nella pineta sul mare e mangiano. Mangiano dal mattino alla sera. Si raccontano storie torbide, di banditi, di donne. Si beve e si mangia. Carne, non pesce. Qui siamo al mare, ma gli uomini mangiano la carne. I sardi mangiano la carne. Gente di terra, su un’isola circondata dal mare. Come se il mare fosse un corollario.”
Cit.

Scena 1
I Sardi sono legati visceralmente alla terra. Il senso di appartenenza, a volte anche estremo e un po’ patetico, è vitale per un popolo che parla una lingua e non un dialetto, che vive orgogliosamente l’isolamento e rifiuta altrettanto orgogliosamente il legame con il continente.
Sì, certo, i sardi non saranno tutti così, è vero, ma la sensazione di straniamento che si vive quando si parla con loro è incredibile.
È l’effetto dell’isola e vivere su un’isola è per forza differente.
È la necessità di dover attraversare il mare per lasciare la propria terra.
È la volontà di sentirsi diversi a tutti i costi, riservati e gelosi della propria terra, tanto da chiamare i turisti con l’appellativo di istranzos (stranieri, forestieri).
Una terra straordinariamente ricca di storia e di contraddizioni, una terra deturpata e bruciata, abbandonata dal lavoro e dalla sua gente, straziata dagli abusi edilizi, con un patrimonio paesaggistico straordinario, sconosciuto ai più, che rischia di andare perduto.

Mentre attraverso l’entroterra e mi allontano dalle spiagge bianche, dalle barche e dai mille motoscafi ormeggiati al largo della costa, le cose appaiono ancora più chiare di quanto già non siano.
I cartelli stradali bucherellati da colpi di arma da fuoco, il paesaggio ancestrale con i pascoli, i boschi, le rocce e la montagna.
Una Sardegna a due velocità.

Scena 2
Orgosolo è una scoperta. I murales di impegno civile che raccontano storie di personaggi storici, storie di lotte operaie di pastori e contadini. Graffiti stilizzati, quasi primordiali che raccontano la vita di un popolo e la sua Weltanschauung.
Un paese attraversato da una strada centrale, tipico dei paesi del sud, con la gente che chiacchiera nei bar, beve birra, fuma sigarette e osserva il passaggio dei turisti: qualcuno urla, qualcuno ride, qualcun altro ha lo sguardo perso nel vuoto.
Alla panetteria, la porta chiusa e la persiana abbassata, non hanno la tipica focaccia barbaricina. Finita. – mi dice il ragazzo mentre guarda altrove.
Arrivederci, dico io. Non sono nemmeno le undici del mattino.
Una signora vestita di nero saluta e si allontana.
Una griglia arrostisce salsicce e anguille.
Un carosello di automobili attraversa la strada centrale a tutta velocità. E’ ora di pranzo.
Si chiudono le tapparelle, i bar si svuotano. Sembra ci sia il coprifuoco, ma è solo la siesta.

Scena 3
Gli odori e  i colori tipici della macchia mediterranea si alternano senza soluzione di continuità.
Pecore e cavalli pascolano lungo la strada che si snoda curva e nervosa tra le montagne.
Qualche piccolo casotto diroccato spunta qua e là tra il verde e le rocce.

Scena 4
E’ l’alba quando partiamo da Capo Comino.
Anzi, non è nemmeno l’alba.
Una timidissima luna a spicchio fa capolino e illumina il pietroso viottolo della pineta.
L’automobile è in moto, i fari accesi.
Dalla curva, a velocità sostenuta, sbuca un’auto. Sono le cinque del mattino, chi diavolo passa da quel viottolo, a quell’ora?
L’automobile mi si pianta di fronte, poi accelera e arriva a pochi centimetri dal muso della mia.
Mi sposto, l’uomo al volante sgomma via scartandomi, mentre mi butto velocemente a destra.
Un gesto secco, duro, nervoso che accompagna gli ultimi istanti della mia vacanza.
Secco come un urlo, duro come un murales, forte come un silenzio.
L’urlo dei Boes e Merdules**, le scritte sui muri che richiamano all’Indipendentzia, il silenzio della cementeria Sardocalce un Moloch che fa quasi tenerezza a guardarlo ora mentre arrugginisce sotto i colpi del sale, del vento e della pioggia.

Finale
La Sardegna è periferia abbandonata e centro del mondo.
La Sardegna è terra e mare. 
La Sardegna è tutto e il suo contrario.

 

*Giornata di festività istituita dal Consiglio regionale della Sardegna il 14 ottobre 1993 nominandola “Giornata del popolo sardo”
**Boes e Merdules sono maschere tipiche della tradizione barbaricina

ilbradipoerrante

Di Torino, amante di calcio e sport, laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Se rinascessi vorrei la voleè di McEnroe e il cappotto di Bogart. Ché non si sa mai.

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