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Sì, ti voglio bene, Nanni

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Sì, finalmente l’ho visto.
Ho resistito stoicamente, evitato anticipazioni e recensioni, ho saltato la pagina degli spettacoli, cambiato canale in tv e radio ogni volta che temevo interviste et similia.
Poi ieri sera dopo quattro giorni dall’uscita, finalmente, al cinema: Mia madre, l’ultimo film di Nanni Moretti.

Cosa c’è all’interno del film di Moretti? Cosa racconta? Beh, il titolo dice molto, ma non tutto e comunque non mi addentrerò nella trama, anche se qualcosa, inevitabilmente, dovrò raccontarlo…
Innanzitutto ci trovate la vita. Quella di tutti i giorni, quella in cui ci si può facilmente riconoscere.
Ci trovate l’inadeguatezza degli uomini davanti ad un dolore, davanti alle piccole cose, le piccole disgrazie, i piccoli problemi che si devono affrontare: il lavoro, lo studio, i rapporti con gli altri, l’accettazione della morte…

E poi ci trovate il cinema, come in Aprile, in Sogni d’oro, in Ecce bombo, in Io sono un autarchico, in Caro Diario e Il caimano: perché questa è la volontà di Moretti, raccontare sé stesso attraverso la vita e il cinema che sono la sua realtà quotidiana, con il solito campionario di idiosincrasie, certezze e tipologie.

Non è difficile riconoscere in Margherita Buy, gli atteggiamenti del Moretti regista. Interessante, tra l’altro, che l’alter ego del regista sia una donna: forse Moretti voleva mettere in luce la sua parte debole, forse voleva mostrare un essere più fragile e più sensibile, attraverso gli occhi della sua attrice preferita.
E quale attrice meglio della Buy poteva renderlo cinematograficamente al meglio?

Ucciso il suo storico alter ego, Michele Apicella, adesso Moretti è diventato Margherita.

Margherita, sul set, è seguita da una parte della troupe. E’ il film brutto che Margherita sta girando, ma invece sembra un momento di Aprile quando, in attesa, Moretti camminava, le mani in tasca, l’aria svagata tra i suoi collaboratori sulla spiaggia pugliese.

 

 

Oppure quando parla agli attori e gli attori non la capiscono. Probabilmente in tutta la sua carriera non l’hanno mai capita e in fondo nemmeno lei sa se sia il caso di suggerirgli di non lasciare solo il loro personaggio ma anzi, di accompagnarlo standogli al fianco.
La frase suona più o meno così: “Dico sempre agli attori di stare accanto al loro personaggio, di accompagnarlo sulla scena, di non abbandonarlo”.
Beh, ripensando al film, il ruolo di Moretti (interpreta il fratello della protagonista) altro non è che il suo accompagnatore, il suo Virgilio silente, noioso, monocorde, stanco, deluso dalla vita e dal lavoro.

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Poi c’è John Turturro, tragicamente ridotto a macchietta dell’attore americano un po’ spaccone, un po’ cialtrone che Moretti disegna e che il buon John restituisce al pubblico grazie ad una prova di tutto rispetto.
L’italoamericano interpreta un attore, in un cortocircuito fatto di battute dimenticate, ciak sbagliati, parole mal pronunciate che quando sono buone ma non buone abbastanza per lui che ha lavorato con Kubrick (bugia clamorosa!). E quando è lui a voler rifare la scena, è la regista a dire no e a cassarne le velleità.

C’è un’altra scena che rimanda ad Aprile, quando Barry Huggins (Turturro) viene festeggiato sul set con una grande torta e un coro di buon compleanno: siamo in una fabbrica, molto simile a quella dove balla il pasticcere trotzkista (ricordate Silvio Orlando) e anche stavolta c’è spazio per un balletto molto divertente, con Turturro a proprio agio (del resto uno che si muove così, come potrebbe non esserlo?) su un bel brano di Cinzia Dont e Isabella Colliva dal titolo Charisma.

Moretti satireggia il personaggio di Turturro, in maniera volontaria, così come fece con Placido ne Il caimano e con il suo attore feticcio Cantarelli in Habemus Papam: vuole mettere in ridicolo il ruolo dell’attore, vuole prenderlo in giro. Se pensiamo a quanto accadde a Fabio Traversa in Ecce Bombo quando lo stralunato protagonista viene implorato da una voce off (quella di Moretti): “Per cortesia, basta…basta” o a Remo Remotti in Sogni d’oro, bacchettato perché troppo sopra le righe (“Ma che te urli? Che te stai a urlà!!!???), possiamo dire con certezza che Turturro in fondo passa per essere solo molto stravagante.
In Aprile è Moretti stesso a precisare cosa pensa degli attori discettando del futuro di suo figlio: “Che discorsi sono, speriamo non diventi un attore? Noi gli impediremo di fare l’attore.” e sempre nel film-documentario del 1998, la stilettata verso gli attori sarà rivolta direttamente a Al Pacino, “sempre più bello…e sempre più basso.”

Nel prequel di questo post scritto dopo aver visto il trailer del film,  che ero sicuro che in Mia madre avrei ritrovato (come al solito) tutto il mondo di Moretti e infatti non mi sbagliavo: c’è la storia autobiografica legata alla perdita di sua madre, ci sono numerosi volti familiari al regista romano, come se fosse necessario circondarsi di fedelissimi o di personaggi a lui cari, per continuare a lavorare.
C’è Velia Santella che scrive la sceneggiatura insieme a Francesco Piccolo, c’è la fedelissima Margherita Buy (2 film con Luchetti e 3 con Moretti), c’è Stefano Abbati (La stanza del figlio), c’è Renato Scarpa (La stanza del figlio e Habemus Papam), c’è Tony Laudadio (Habemus Papam), c’è Enrico Ianniello (Habemus Papam) e ci sono addirittura personaggi che richiamano anche solo nella fisionomia a film precedenti: la figlia della protagonista, ad esempio, assomiglia in maniera imbarazzante alla Jasmine Trinca de La stanza del figlio.

Proprio con il film del 2001, in molti hanno provato a cercare un punto di incontro se non altro per la tematica.
Ma se ne La stanza del figlio la morte arrivava casuale e violenta, qua i protagonisti si preparano al tragico e ineluttabile evento in maniera più lieve (e non meno dolorosa): qui l’accettazione della morte cambia, qui l’evento è naturale e non innaturale come la morte di un figlio.
Sopravvivere ai propri figli è un conto, smettere di essere figlio, è un altro.

In conclusione il film di Moretti è un film sincero, puro, dove ci si commuove e si sorride della vita e delle sue sfaccettature (siano una traduzione dal latino o una canzone a squarciagola cantata in automobile), una prova registica sensibile e leggera che racconta sentimenti.
Non c’è spazio per niente altro perché Moretti è diventato diverso ma uguale, ha prima “ucciso” il suo alter ego al termine di Palombella rossa, e si è raccontato in prima persona in Caro diario, ha cambiato registro in Aprile, determinando attraverso un non-film la fine del suo romanzo di formazione.
Non ci sarebbe stato spazio per una battuta finale come quella di Mia Madre, nei precedenti film di Moretti perché quel dialogo è quanto di meno morettiano ci possa essere, ma quanto di più naturale si possa immaginare.

Grande prova di Giulia Lazzarini e bella colonna sonora in cui spicca il pezzo di Jarvis Cocker, brani di Arvo Part e un pezzo di Leonard Cohen (come in Caro Diario).

ilbradipoerrante

Di Torino, amante di calcio e sport, laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Se rinascessi vorrei la voleè di McEnroe e il cappotto di Bogart. Ché non si sa mai.

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1 Response

  1. Barbara ha detto:

    Hai rubato i miei pensieri e le mie emozioni e le hai scritte, come spesso capita. Aggiungo: al termine in sala non volava una mosca. La gente non respirava ed è rimasta fino alla fine, dopo l’ultimo titolo di coda.