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Tavoliere

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Sono nel periodo pessimista, statemi alla larga.
Il problema è serio.
Il problema essenzialmente è dovuto a scarsa fiducia in me stesso e negli altri.
Sono così pessimista che Leopardi, Pascoli e Goya, per dire, mi fanno un baffo.
Le parole degli altri, le vivo con strano fastidio, oramai credo a pochissime cose.
Ho sempre creduto alle persone perché ho sempre pensato che in fondo le persone non sono malvagie, incapaci o delinquenti, e che di base uno malvagio, incapace o delinquente non ci nasce (magari ci diventa, per carità) però io non ho mai incontrato uno cattivo, in malafede, uno stronzo.
Fortunato? Può essere. Selettivo? Sicuramente. Ingenuo? Forse.

Vero anche che quando entri in questi periodi la fiducia scenda a livelli infimi, nemmeno fossero le azioni del Montepaschi di qualche mesetto fa.
Però, dico io, io sarò anche in un periodo no, ma le cose non potrebbero filare per il verso giusto?
No?
No.

Prendiamo, ad esempio, le graduatorie di inserimento alla scuola materna di mio figlio.
Un disastro. Lontani anni luce dalle posizioni utili all’accettazione, sono costretto a integrare la documentazione per dimostrare che il punteggio di mio figlio deve essere quantomeno rivisto.
Inizia una lunga serie di telefonate, intrecci legislativi, modalità di ricorso, documentazioni, attestati, integrazioni, consegne, sportelli, uffici…
La prima telefonata della giornata è surreale e capisco che se questo è l’inizio, allora sarà una giornata di merda.

Il telefono squilla a vuoto. Una lunga ora di squilli a vuoto. Lunghissima attesa, vana e tristemente vuota.
Poi il dubbio. L’uomo non può non essere dubbioso. Deve esserlo nel momento in cui è costretto a relazionarsi con le istituzioni. Deve essere ascetico. Quasi zen.
Perché il dubbio è padre di tutte le relazioni umane. E non potrebbe essere altrimenti.
Il dubbio scava dentro e ti spinge a cercare alternative. E se il numero fosse sbagliato? E se il sito del comune non riportasse il numero giusto?
Infatti. Il numero è sbagliato. O meglio, non corrisponde a quello della scuola.
Ne trovo un altro e chiamo.
Tre squilli ed è subito Bari. Provincia. Una distesa di ulivi secolari, muretti a secco, strade sterrate.
“Prond?”
“Buongiorno. Sono il papà di un bimbo pre-iscritto nel vostro istituto. Vorrei conoscere le modalità di ricorso e gli orari dello sportello in cui portare la docum…(documentazione, ndr)”
“Sì. Le domende, le dovete portere entro il diciannnoooooove di marzo.”
“Sì, questo lo so. Grazie. Ma ci sono moduli da compilare? Devo venirli a prendere da…”
“Sì. Ecco. Non lo so. Se vuole ci chiedo.”
“Eh, sì. Cortesemente.”
“Attenda signora. (sì, dice proprio signora)”.

L’attesa è snervante. Sono quattro minuti, sembrano quaranta. Il telefono striscia, sfruscia, frigge e si sente, in sottofondo, il vociare di qualche bambino.

“Prond?”
C’è qualcosa di strano. La voce è diversa. E il senso di straniamento, mi fotte. Sono tra le grinfie della mia interlocutrice. Che non è più la voce precedente, ma ha un accento simile, anzi uguale.
Penso che in fondo sia giusto. Se ho telefonato nel Tavoliere delle Puglie, chi cazzo mi dovrebbe rispondere? Un veneto? Un valdostano?
E poi, anche fosse Torino, è giusto che sul lavoro si parli tutti la stessa lingua, una specie di esperanto statale, anche per mettere a proprio agio i bambini che devono imparare le lingue: mai sottovalutare l’esigenza di capire il pugliese. Mai.

“Ecco, sì, pronto. Buongiorno. Io, come dicevo alla sua collega, avrei bisogno di sapere…”
“Sì, mi dica. Cosa vuole?”
“Sì…(Sono in totale balia della signora. E lei lo sa). Avrei bisogno di presentare domanda di ricorso per le graduatorie…”
“Perché?”.
“Come perché? Perché nel frattempo sono intercorse…”
“Ma suo figlie è fuori dei quarantasei posti?”
“Beh, sì…ma ho un attestato che dovrei presentare e vorrei sapere se ci sono dei moduli da compilare…”
“Non ci stann moduli da compilare…Lei viene qua e mi dice i motivi del ricorso.”
“Ma io pensavo che bisognasse…”
“No, no…non bisogna…Lei venga qua. Anche adesso. Oppure domani o venerdì, però io venerdì la mattina non ci sono…Allora mi dica, quando vuole venire?”
“Mi dica gli orari in cui posso venire. Ma poi, scusi, Lei chi è?”
“Io sono la maestra, che si preoccupa delle scrizioni dei bambini. Lei viene qua. Mi porta il documento. E poi ci pensa la commissione.”
“Adesso non riesco di sicuro. Magari domani posso mandare qualcuno a consegnare l’attestato. Non so, un nonno o la nonna.”

“No. È meglie se ci sta lei a parlare con me.”
“Sì, immagino. Ma sa, il lavoro, gli orari…”
“E lei venga alle 10.”

Mi sta prendendo in giro? È uno scherzo?
Propendo, come sempre accade in questi casi, per la soluzione migliore: prendo tempo.
“Sì, magari lunedì o martedì prossimo…però mi dica quando lei è in ufficio”.
“Sì, sì. Certo. Allora poi, signore, viene e vediamo questa cosa. Arrivederci.”.
Clic.

Mi chiedo. Ma uno che non ha il tempo, la disponibilità, un minimo di conoscenze informatiche, una certa dimistichezza con la burocrazia, come può uscirne vivo e vincitore?
Il segreto? Prendere tempo.
Non riuscirai mai a entrare nei meccanismi di questo Moloch fatto di carteggi e cartacce.
Non sarai mai in grado di comprendere cosa accade prima e dopo quella telefonata.
Inutile comprendere, unica soluzione, prendere tempo e respirare.
Molto profondamente.

ilbradipoerrante

Di Torino, amante di calcio e sport, laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Se rinascessi vorrei la voleè di McEnroe e il cappotto di Bogart. Ché non si sa mai.

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1 Response

  1. Claudio ha detto:

    capisco benissimo caro mio. Il mondo di mezzo tra istituzioni e società.
    Cmq bellissimo il “Prooond” …. rende veramente l’idea 🙂