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Il Concerto

Quando parleremo di un evento e della sua unicità, il ricordo volerà a quella notte fiorentina in cui Eddie Vedder incantò la folla all’Ippodromo delle Cascine.
Una notte unica e forse irripetibile, magica e inattesa come una stella cadente.
Certo, molti di noi potrebbero dire la stessa cosa di altri artisti, altri concerti, altre serate e sarebbe perfettamente lecito, ma quanto accaduto sabato sera va al di là della performance artistica, perché il concerto solista di Eddie Vedder ha stregato i cuori di circa 50mila persone, ne ha accarezzato l’anima, li ha riscaldati con la sua voce baritonale calda e profonda come un bacio appassionato e ha creato una specie di magia difficilmente riproducibile.

Qualcosa di unico e magico lo si respirava nell’aria, nel cielo azzurro che piano piano diventava scuro, mentre gli alberi si stagliavano sullo sfondo di un bel tramonto fiorentino e l’enorme catino andava riempiendosi.
Lo aspettavamo, Vedder, dal 2014, quando a Milano, in una caldissima notte di giugno, assistemmo ad una esibizione mostruosa, per intensità e forza.
Sabato scorso la maggior parte del pubblico era lì per lui e (e io, almeno in parte) anche per Glen Hansard, riccioluto chitarrista irlandese protagonista del capolavoro di Alan Parker, The Commitments, e poi singer-songwriter, vincitore di un Oscar alla miglior canzone originale per il film Once.

Io e Glen Hansard, Firenze. Il giorno dopo, per caso.

Quando sono le 22.36 e Vedder sale sul palco, si capisce subito che sta per accadere qualcosa di straordinario.
Le luci scoprono una coreografia essenziale e un po’ naif.
Vedder si siede su uno sgabello mentre in penombra vediamo qualche chitarra e sullo sfondo un piano (scopriremo poi che in realtà è un organo), davanti ai suoi piedi una cassa rullante molto artigianale, qualche oggetto scenico, qualche valigia e un mangianastri a bobine.
Poche luci, uno spazio intimo e circoscritto, ed è forse anche per questo motivo che durante tutto l’arco del concerto, nemmeno lui riuscirà a convincersi che quel concerto sarà il suo record di pubblico per una esibizione solista: qualcosa di inatteso che lui stesso sottolinea con un “Solo in Italia succedono queste cose.”
Adagiato su un tavolino alla sua sinistra ci sono un bicchiere da cui sorseggia spesso e una bottiglia di vino rosso da cui tracanna qualche sorso alla nostra salute.
Si parte con Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town che Vedder sull’immancabile foto della scaletta vergata di suo pugno, chiama soltanto S.Town: da lì si parte per un viaggio indimenticabile costellato da tappe meravigliose, come gli approdi di una lunga crociera.

Suona pezzi dei Pearl Jam, omaggia Waters e i Pink Floyd, con una straordinaria cover di Comfortably numb -suonata all’organo-, esegue con emozione alcuni brani di Into the wild, sceglie a meraviglia canzoni di Cat Stevens e Neil Young.
Non è lucidissimo mentre parla nel suo inglese biascicato: parla molto e la sua emozione è palpabile anche se si lascia andare a qualche battuta simpatica.  
La verità è che anche lui sente quanto unica sia quella serata, proprio come lo sente il pubblico. Vedder, se possibile, mostra ancora una volta la sua straordinaria umanità, le sue emozioni e perché no?, un nervosismo da neofita.

Siamo così concentrati che non ci accorgiamo che la serata è, inevitabilmente, salita di tono e sta per toccare il suo climax.
Vedder ricorda i Soundgarden ma non cita direttamente il suo grande amico recentemente scomparso Chris Cornell ma con quella doverosa e anche simpatica introduzione, scivoliamo dentro Black, in punta di piedi.
Non è la solita esibizione di Black. Non è la solita ballade a cui siamo abituati.
C’è qualcosa di diverso. La voce di Vedder è più calda del solito, la canzone assume contorni ancora più intimi, è più vibrante, più emozionante, più nostalgica.
Qualcuno canta, qualcuno ha la pelle d’oca, qualcuno piange e qualcuno resta in silenzio (e a bocca aperta) ad ascoltare: quando il pezzo volge al termine sulle note e sulle parole “Come back, come back…” la voce diventa un sussurro e si spezza.
Vedder si emoziona e si commuove. 

 

Il tributo a John Lennon prolunga questo magic moment. E’ come un continuum spazio-temporale, qualcosa che mantiene intatto l’equilibrio.
L’atmosfera è straordinaria, la cover è bellissima e mentre Eddie chiude Imaginedal cielo fiorentino si sgancia una stella cadente.
Magia. Cos’altro potrebbe essere?

Quando sale sul palco Glen Hansard, capisco che il livello di emozioni è destinato a non finire. Prima cantano a due voci Falling Slowly, poi Society, Rockin’ in the free world (cover di Neil Young) e infine Hard Sun: il concerto della vita, della mia, di quella di tanti altri e soprattutto di Eddie Vedder, finisce.
Il concerto della vita è un misto di adrenalina, malinconia, assenza, presenza, vuoto, lacrime ma anche risate, applausi e gioia.
Eravamo in tanti, tutti per Vedder e per le sue canzoni, e adesso ci ritroviamo orfani delle sensazioni oltre che della grande musica ascoltata.
Le parole di Eddie, le sue dediche, i suoi brindisi, il suo rock and roll, il vino, la chitarra accarezzata e violentata, l’armonica appena accennata, l’ukulele che tanto lo fa sorridere è tutto lì in una serie di istantanee indelebili.
Eravamo lì e una notte così non avremmo saputo immaginarla nemmeno lontanamente e ora che l’abbiamo vissuta ci terrà compagnia nel cassetto dei ricordi dei nostri giorni migliori.
Potremo raccontarla, ricordarla e riviverla.
Il privilegio di poter dire, io c’ero, questa volta, vale doppio.

 

 

Chiosa
Ero lì e ne conosco tanti con cui avrei potuto dividere questo concerto.
Quelli vicini a me, quelli con cui l’ho vissuto per vicinanza fisica, sanno già tutto: Enzo, Silvia, Jacco, Fabiana e Monia, anche grazie a voi è stata una grande due giorni. 
Ad Alessandro, Barbara, Erica, Luca, Aurelio, Roberto e poi Gigi, Willy e Roxandra, Dario dico solo che non c’è stato un solo momento in cui non abbia sperato di potermi girare e di trovarvi lì con me.
Aveva ragione Chris McCandless: la felicità è reale solo se condivisa. 
Retorico o meno, questo è. 

 

ilbradipoerrante

Di Torino, amante di calcio e sport, laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Se rinascessi vorrei la voleè di McEnroe e il cappotto di Bogart. Ché non si sa mai.

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