Ciao Nonna Miki

Quando le dissi che avevo letto il mio primo Dostoevskij ad un’età tragicamente adulta, mi guardò e disse: “Non è mai troppo tardi per leggere Dostoevskij.” Avrei imparato successivamente che quel “non è mai troppo tardi, in realtà era più un “ma guarda questo che scopre i russi dopo i trenta anni”.

Entrai a casa sua la prima volta sul finire dell’estate di cinque anni fa.
Una bella casa nel quartiere Borgo Po, dove Torino sembra estranea a quanto accade al resto della città. Un quartiere tranquillo, un buen retiro.
Un appartamento pieno di libri, di foto della sua famiglia, della sua giovinezza: bastava guardare le foto per confrontare somiglianze e capire parentele.

Quando entrai al primo piano di quel palazzo signorile ero imbarazzato, un po’ teso, quasi mi vergognavo. Al solito, come accade sempre d’estate, ero vestito come un turista finlandese e mi sentii tragicamente sotto esame.
Questa signora ultraottantenne che leggeva i giornali su internet e scriveva mail ai suoi figli mi interrogò per tutta la durata della nostra visita.
La prima domanda che mi fece me la ricordo bene: ”Sei laureato?” Io risposi: “Sì.” Mi incalzò: ”In cosa?”  “DAMS. Indirizzo cinema. Sono piuttosto appassionato.”
Il cinema mi salvò da quello sguardo severo e dubbioso.
Subito dopo, curiosissima come sua nipote Caterina (evidentemente è di famiglia), mi chiese quali fossero le origini della mia famiglia.
Due o tre giorni dopo, a casa, squillò il telefono. Era lei che voleva informarmi delle sue ricerche araldiche sulla mia “casata”.

Non sapevo mai come chiamarla.
Nonna, non mi sarei mai permesso.
Marina, lo avrei sentito troppo confidenziale.
Mi limitavo a darle del lei e a non chiamarla direttamente.

Ricordo però il grande affetto che mi dimostrò più di una volta.
Quando andavamo a trovarla con il piccolo Francesco, di cui ammirò, da subito, il carattere forte, sembrò quasi imbarazzata per essere diventata bisnonna.

Quasi due anni dopo, in un giorno di inizio autunno, squillò il telefono. Era lei che voleva complimentarsi per un mio scritto in cui raccontavo una passeggiata in bicicletta con Francesco. Mi fece i complimenti. “Bravo – disse – però una cosa te la devo dire. Non usare parolacce nei tuoi racconti.”
Finita la telefonata, come promesso, andai subito a modificare l’espressione incriminata.

A Natale scorso andammo da lei per una piccola merenda sinoira.
Parlava sottovoce, affaticata dai suoi novanta anni.
Mi rassicurò dei problemi di Francesco e subito dopo mi svelò che il Toro, il nostro Toro, aveva perso in casa contro l’Udinese.
Non osai dirle che avevo registrato la partita e che appena finita la festa sarei andato a casa per vederla…
Era il nostro argomento preferito. Due anni fa con la squadra lanciata verso traguardi inaspettati, intorno alle diciotto-diciotto e trenta delle partite casalinghe, il telefono squillava e sapevamo benissimo chi c’era dall’altro capo del filo.
Mi chiedeva sempre: “Come abbiamo giocato?”

Arguta, pungente, sarcastica, cocciuta, mi piaceva tanto. Mi piaceva tanto anche se aveva scelto Renzi e non conosceva Foster Wallace.
Mi raccontò dei suoi pensieri su Torino, sulla politica, sulla Russia e sul comunismo.
Mi raccontò la storia di quella cartina della Polonia che campeggiava nel suo salotto tra libri e foto dei suoi figli e dei suoi nipoti.

Restano i ricordi. Le parole. E quello sguardo.
Resta il rammarico di non aver conosciuto di più.
Ora che non ci sei più, posso chiamarti come avrei voluto e come non mi sono mai permesso né tantomeno osato: ciao, Nonna Miki.

 

ilbradipoerrante

Di Torino, amante di calcio e sport, laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Se rinascessi vorrei la voleè di McEnroe e il cappotto di Bogart. Ché non si sa mai.

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1 Response

  1. Gigi ha detto:

    Bravo, che bell”articolo. Sei riuscito a farmi vedere tutto quello che hai raccontato , lei , la sua voce e i suoi ambienti . Bravo